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Premi e Recensioni
RACCONTO 2° CLASSIFICATO ( medaglia d’argento) Premio TUSCOLORUM 2004.
…LASCIATEMI ANDARE…
Quel lunedì di gennaio la neve scendeva fitta ed aveva già imbiancato la strada e i tetti delle case nel Vicolo Santamaria di Bergamo Alta. Sembrava di vivere in un’atmosfera ovattata col silenzio intorno, niente rumori, niente clacson. Silenzio. In una casa, in fondo al vicolo, Giuseppe, ormai anziano di 85 anni, guardava attraverso la finestra del salone. Di questi inverni ne aveva visti tanti, ma quello sembrava diverso, il silenzio bianco e ovattato questa volta gli metteva tristezza e più volte si alzava dalla poltrona, si appoggiava al suo bastone ormai logoro dal tempo (quanti anni!) e passeggiava su e giù per il salone. Era solo. I familiari erano tutti andati a lavorare, i ragazzi invece andavano a scuola. Aveva due bei nipoti e quando era più giovane aveva sempre cercato di insegnar loro le ”ragioni” del mondo. Spesso, quando erano piccoli, li portava fuori e, durante le lunghe passeggiate, parlavano degli aspetti più belli della famiglia, si soffermavano anche ad osservare la natura così immensa e così perfetta (diceva lui). Spesso, quando nella mattina si trovava solo nella casa così grande riprendeva la vecchia fotografia dove era ritratta la sua immagine da giovane insieme alla moglie, con il figlio e la nuora. Sì, aveva un figlio, ma lo vedeva di rado, era un avvocato sempre impegnato e aveva fatto tanti sacrifici per farlo diventare così: un avvocato di rispetto! Giorgio, così si chiamava il figlio, era purtroppo sempre in giro. Giuseppe aveva comunque un bellissimo rapporto con sua nuora, una donna disponibile, moderna, aperta al dialogo, ma purtroppo anche lei era in continuo movimento. Era manager in un’agenzia d’informazione. Luigi e Carlo, i nipoti, ormai erano grandi e frequentavano rispettivamente il quarto e l’ultimo anno di scuola superiore. I ricordi in quel mattino nevoso scendevano insieme ai fiocchi di neve ed erano lenti, lenti, tristi, terribilmente tristi. Immerso nei suoi pensieri non si era accorto che erano già le due del pomeriggio. Suonò il campanello e, subito, nello stesso momento, una chiave girò la serratura. “Sono loro” pensò Giuseppe, pur sapendo che non tutti si sarebbero ritrovati per l’ora del pranzo. I tempi erano cambiati, ci si doveva abituare, ma non era facile. Per primo entrarono i nipoti e il figlio, poi, dietro di loro, si fece avanti una ragazza dall’aspetto gentile, bionda, aveva gli occhi azzurri, sembrava anche piuttosto timida. Si diresse con una certa sicurezza verso Giuseppe e, con un italiano stentato, gli parlò: “Signore Giuseppe…io essere Natascia….piacere”. “E chi è?” chiese Giuseppe al figlio, mentre nello stesso tempo le porgeva la mano per salutarla. “Papà- rispose il figlio - noi abbiamo pensato che per accudirti, per farti star meglio, sia necessaria una presenza accanto a te quando non ci siamo e quindi Natascia ti saprà aiutare nelle cose di cui avrai bisogno”. La ragazza, molto sorridente, si rivolse a Giuseppe: “Sì…essere così…vedere…noi andare d’accordo”. All’improvviso, come se all’improvviso le cose in famiglia si fossero risolte, come se non ci fossero più problemi, ognuno si diresse nella propria stanza, mentre Natascia, con il suo italiano stentato, rimase un po’ impacciata davanti a Giuseppe, il quale tentò di affrontare per primo il discorso: “Non so se tu hai mangiato, se vuoi, mia nuora prepara sempre qualcosa nel frigo, ora non c’è ma arriverà. Io ho mangiato presto da solo, perché sono anziano…sai ho qualche problema di digestione”. Era un discorso troppo lungo e articolato e per questo non comprensibile alla ragazza e lei, per non far capire che non riusciva a comprendere, aggiunse: “Io…bene…tu come stare?” Fu in questo momento che Giuseppe si rese conto dell’estraneità totale della donna e forse del fatto che tutti in famiglia l’avevano abbandonato, ai suoi occhi l’avevano quasi venduto, con i soldi erano riusciti a “comprargli” un’assistente, o meglio una balia straniera. Eppure non era così, perché la famiglia era sempre stata premurosa con lui, non l’aveva mai abbandonato. Sì, qualche rimprovero ogni tanto, ma quando ci voleva, dicevano loro, quando lui non faceva le cose per il verso giusto, ma erano sempre stati tutti premurosi e soprattutto i nipoti gli volevano bene, anche se non trascorrevano più il tempo con lui. Quando era stato ricoverato all’ospedale, lo scorso anno, erano sempre tutti lì, nonostante i numerosi impegni di lavoro e palestra ( dovevano rinforzare i muscoli!).
In sostanza questa ragazza non era altro che una dimostrazione di affetto: quando loro non c’erano, c’era lei sempre pronta. “Ma chi è questa giovane” si chiedeva Giuseppe mentre continuava a guardarla e ogni tanto volgeva lo sguardo verso la neve che cadeva sempre più fitta. “E’ estranea per me, non riesco neanche a comunicare con lei, non capisce l’italiano ed io non capisco la sua lingua”. Pensava. Si sentiva abbandonato e quasi un peso, perché ormai non era più in grado di gestirsi da solo. Cosa poteva fare? Rifiutare la presenza della ragazza? Avrebbe creato più preoccupazioni, tanto valeva cercare di far capire “l’inopportunità” di questa presenza. Escogitò un piano, pensando che fosse arrivata per lui l’ora di andare…Era ancora lucido, nonostante avesse un’età avanzata e tutti lo considerassero non sempre capace di intendere, specialmente quando gli rivolgevano la parola e ripetevano due o tre volte la stessa frase. Era immerso in questi pensieri quando Carlo, il nipote più grande, gli disse: “Nonno, domani dovrò andare in gita per tre giorni, devo preparare la valigia, partirò domani mattina presto, quindi ti saluto ora, perché poi non ci vedremo, stasera tornerò tardi”. Rispose pronto Giuseppe: “ Tu, divertire…fuori casa…andare...scuola?” Mentre Giuseppe parlava così entrarono nella stanza anche il figlio Giorgio e Luigi, l’altro nipote. I ragazzi scoppiarono in una risata, ma il figlio, preoccupato intervenne: “Papà, come parli?! Non conosci più l’italiano? Forse stai male? Ti dobbiamo portare al Pronto Soccorso?” “No, io stare bene…io stare bene…io stare bene” Uscì per andare nell’altra stanza. Natascia si rivolse agli altri della famiglia: “Forse Signor Giuseppe non volere me…voi capire…io estranea vostra famiglia”. Non aveva finito di parlare che entrò la nuora Rosalba, era indaffarata con la borsetta e le scatole che portava in mano. Si vedeva che tornava stanca dal lavoro. Sprofondò di peso sulla poltrona, sapeva della ragazza, ne avevano già parlato e aveva anche dovuto tribolare un bel po’ per trovarla. Si accorse che c’era nella casa uno strano silenzio, poi la ragazza si rivolse alla signora: “ Io detto che Giuseppe non volere me…” A questo punto entrò Giuseppe mogio mogio, perché dietro la porta aveva ascoltato le parole della ragazza. “Scusare Rosalba…io fare quello che voi volere…” Disse con un tono un po’ concitato. Rimasero ancora tutti fermi, perché non si aspettavano quella reazione strana. “Bene”, aggiunse il figlio sbrigativo, come per cambiare discorso e per non dare molta importanza all’accaduto, “Noi dobbiamo ripartire, come sai abbiamo impegni di lavoro, tu rimani con la ragazza, vedrai, prima o poi ti abituerai e ti farà compagnia”. In fretta e furia uscirono tutti, prima uno, poi l’altro. Per ultima uscì Rosalba (era appena rientrata!) e mise una mano sulla spalla del vecchio in segno di protezione e di comprensione.
Rimasero soli, Natascia e Giuseppe e pian piano passarono anche i giorni, poi le settimane, i mesi. L’anziano nonno era sempre più triste e si rivolgeva ai suoi familiari con atteggiamenti sempre più sbrigativi, con mezze parole, parlava come Natascia ed ora l’incomunicabilità non era più soltanto con la straniera, messa lì apposta per guardarlo, ma anche con il resto della famiglia che vedeva, guarda caso, sempre più raramente.
Spesso ripensava alla sua giovinezza, alla sua famiglia di tante persone, alle discussioni, agli impegni che aveva dovuto sostenere. Non parlava più con nessuno, perché con la straniera si comprendeva a gesti…poi con lei non c’era bisogno di parlare, era un’estranea, che ne sapeva lei dei suoi bisogni veri? Che ne sapeva dei suoi sentimenti? E poi era molto più giovane…come una figlia! Non avrebbe mai pensato di sentire una solitudine così forte, di rendersi conto di essere una preoccupazione per tutta la famiglia e a volte anche un peso e, in fondo, si accorse che lo era per tutta la società. Non osava pensarlo. Anche quando andava all’ospedale le infermiere lo guardavano “dall’alto”. Lo trattavano come un bambino incapace. Eppure non era così. Fisicamente era debole, ma capiva e voleva ancora sentirsi importante per gli altri. Trascorse un anno, era sempre di gennaio, ma questa volta senza neve, la solitudine per lui divenne insopportabile e un giorno convinse Natascia a lasciarlo, perché non parlava più, era sempre chiuso nel suo mutismo e la ragazza capì che non sarebbe mai riuscita a fargli compagnia, anzi avrebbe aggravato la situazione. Giuseppe, partita Natascia in un giorno di gennaio, all’insaputa di tutti gli altri, rimasto solo, prese il suo bastone, si incamminò verso la camera dove c’era ancora una vecchia valigia che usava quando ancora viveva la moglie e la teneva ben conservata, era un ricordo. La prese, l’aprì, ci mise dentro le cose più importanti, ci mise le foto della moglie e di tutta la sua famiglia, quelle foto che spesso si soffermava a guardare e che erano i suoi ricordi. Quando pensò di avervi messo tutto, si preparò, indossò il vestito più bello, la cravatta colorata e aspettò il rientro di qualcuno. Aspettò fino a sera, perché durante il giorno erano tutti impegnati. Si mise seduto vicino alla finestra e alle sette di sera sentì girare la chiave nella serratura, si accorse che stavano parlando. Si alzò. Lo trovarono in piedi, col bastone, ben vestito, con la valigia al suo fianco. “Lasciatemi andare…portatemi al ricovero” disse con dignità impressionante e austera.